Eventi di cui si parla in modo eretico in casa e nel mondo

L'articolo della grande firma

L'uomo di oggi è eticamente peggiore dell'uomo ai tempi di Aristotile


di Massimo Fini

La signorina Fallaci ha scoperto, riprendendo una frase del cardinale Joseph Ratzinger, non ancora Benedetto XVI, che “Il progresso non ha partorito l'Uomo migliore, una società migliore e comincia ad essere una minaccia per il genere umano”. Ne sono lieto, perché è quanto mi affanno a scrivere, argomentando e non semplicemente affermando come fa la Fallaci, da una ventina di anni, da “La Ragione aveva Torto” che è del 1981. ....
Solo che la signorina Fallaci, come si dice dalle sue parti, in Toscana, “apre bocca e gli dà fiato”. Perché non si possono avere perplessità sul Progresso e, nello stesso tempo, essere schierate appassionatamente e criticamente con gli americani che di questo modello di sviluppo sono la punta di lancia, pretendono di esportarlo ovunque e combattono, anche con la violenza, le armi, le bombe, tutte le realtà che ne vogliono restar fuori, dal mondo islamico in generale alle società che sono rimaste tradizionali o, a suo tempo, al khomeinismo, o, oggi, all'Iran radicale di Ahmadinejiad fino all'Afghanistan del mullah Omar e dei Talebani che è stato l'unico, autentico, esperimento antiprogressista di questi anni, il tentativo di mantenere un popolo, lontanissimo dalla storia, dal modello, dagli schemi mentali occidentali, all'interno della propria cultura e di creare un'alternativa, etica, sociale e o politica, che non fosse nè capitalista nè marxista.
Ma, lasciando perdere la Fallaci, che non possiamo prendere sul serio come pensatrice, credo che al teologo Ratzinger interessasse e interessi, più che le nevrosi, le assurdità, le sofferenze cui ci costringe un modello di sviluppo paranoico, il discorso morale: il Progresso non ha fatto diventare migliore l'uomo.
In questo il cardinale, poi divenuto Papa, è in armonia col grande storico italiano, Carlo Maria Cipolla, laico, che una volta mi disse: “Non è che un greco dell'epoca di Aristotele fosse moralmente peggiore di un uomo d'oggi”.
Allo straordinario incremento materiale non ha corrisposto alcun miglioramento etico. Io sono anzi più pessimista di Ratzinger e Cipolla. Non perché creda, come pensavano Esiodo ed Eraclito, che l'umanità sia destinata a peggiorare costantemente sotto questo aspetto. L'uomo rimane sempre lo stesso, le sue pulsioni di fondo non cambiano ed è per questo che tutti i tentativi di creare “l'uomo nuovo”, dal Cristianesimo all'Illuminismo, al Marxismo per finire con Pol Pot, si sono rivelati utopici e quasi sempre si sono risolti in spaventosi bagni di sangue. Ma perché mutano le condizioni in cui l'uomo opera.
Nelle piccole comunità premoderne, preindustriali, preglobali l'uomo era costretto a osservare certi criteri di onestà, di lealtà, di rispetto della parola data (che poi prendevano il nome dimorale, ma che in realtà avevano a che fare con l'utilità), se avesse sgarrato sarebbe stato emarginato o addirittura espulso dal gruppo (è il “perdere la faccia” dei primitivi). Gli conveniva essere onesto, leale, eccetera.
Ma nel “villaggio globale e tecnotronico”, dove nessuno conosce realmente nessun altro e, data la complessità delle società moderne, i singoli comportamenti non sono verificabili, non c'è alcun vantaggio - anzi solo danni - a comportarsi secondo criteri di moralità.
Se oggi un uomo è “morale” non lo è perché vi è costretto dal contesto sociale, ma solo per un fatto squisitamente personale ed interiore. Ma questo è molto più difficile. Ecco perché nelle società contemporanee esiste una immoralità diffusa o, per usare altri termini, manca qualsiasi cultura della legalità. Per cui possiamo legittimamente dire che l’uomo d’oggi è eticamente peggiore di quello dei tempi di Aristotele.


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Il racconto drammatico di Haj Ali al-qaysi, l’incappucciato di Abu Ghraib

"Volevo solo costruire un campo di calcio"



di LARS AKERHAUG


"Mi fecero salire su uno scatolone con un cappuccio sulla testa e le braccia spalancate. Mi dissero che mi avrebbero sottoposto a scosse elettriche. Io non ci credetti. Allora presero due cavi e li infilarono nel mio corpo. Ebbi la sensazione che gli occhi mi schizzassero fuori dalle orbite. Poi caddi a terra". Questa è la storia di Haj Ali al-qaysi, la persona il cui ritratto - un cappuccio nero in testa e quegli elettrodi - ha fatto il giro del mondo, quando sono state pubblicate le foto scattate ad Abu Ghraib. Prima che iniziassero i suoi guai con gli americani, Ali era un mukhtar, cioè un capo-villaggio, nel distretto di Abu Ghraib. Teneva conferenze nelle moschee, coltivava datteri e gestiva un parcheggio vicino alla moschea locale. Oggi Haj Ali mette tutt’altro che paura. E’ un uomo dall’aspetto gentile, è difficile immaginare come possa avere ricevuto un trattamento simile, come possa essere stato destinato a subire le infernali torture di Abu Ghraib.

«I miei problemi con gli americani» racconta Ali, «cominciarono quando presi un terreno vuoto e ne feci un campo da gioco per i ragazzi». Ali spiega che gli americani avevano cominciato a portare lì dei rifiuti dall’area dell’aeroporto, contenenti tra l’altro resti umani e riviste pornografiche. Un dottore del posto aveva riferito molti casi di ferimenti tra i poveri che frugavano in mezzo ai rifiuti, alla ricerca di oggetti di valore. «Prima», scherza Ali, «pensavo che la democrazia americana fosse un grande campo da gioco. Invece hanno ridotto quell’area in un immondezzaio per sostanze chimiche, resti umani e pornografia».

Come responsabile del villaggio, egli cercò di protestare per questa situazione con l’amministrazione. «Questa denuncia», dice Ali, «segnò l’inizio delle molestie». Il 30 ottobre, alle undici di mattina, fu prelevato dai soldati nella strada dove stava lavorando e caricato su una jeep hammer. Da lì fu trasportato ad al-Amriyye, una ex base militare irachena ora convertita in centro di detenzione americano. Lì incontrò un certo capitano Phillips, che disse: «Non so quale agenzia abbia chiesto il tuo arresto, ma sarai trattenuto qui». Molti familiari, che intanto avevano appreso del suo arresto, vennero a chiedere che fosse liberato. Il capitano Phillips chiese a Haj Ali se credeva che le persone all’esterno avrebbero attaccato. «Non lo so», rispose Ali. Restò lì due giorni.

La nuova costituzione dell' Iraq

Un documento eccezionale: il testo integrale della nuova costituzione iraquena e le varianti apportate nell'ultima stesura, quella approvata. Lo ha pubblicato la Associated Press, potete leggerlo (in inglese) cliccando qui

Atto di accusa contro gli USA in un libro di Rosa Calipari per l'uccisione di suo marito. Qui la ricostruzione dei fatti

Qui i documenti:

1- La verità USA senza omissis

2 -
La verità italiana in versione integrale

Poi, la mattina del terzo giorno di detenzione, fu trasportato con un sacco in testa nella infame prigione di Abu Ghraib. «Naturalmente, a quell’epoca, non sapevo dove mi trovavo» - dice Haj Ali - Prima di entrare in quella prigione fui ispezionato con una procedura molto umiliante».

La procedura di cui Haj Ali parla durò circa un’ora, un’ora e mezza. Gli americani gli presero le impronte digitali, gli fecero la scansione della retina e gli prelevarono dei campioni corporei, poi lo trasportarono in una stanza per le investigazioni.

«Queste stanze in realtà sono gabinetti inondati di liquami. Due addetti all’interrogatorio e un traduttore erano seduti lontano da me, lontano dalla fogna».

Ali fu costretto a sedersi in fondo a questo buco di merda. Subito gli chiesero: «Sei sunnita o sciita?».

Ali fu preso alla sprovvista. «Era la prima volta che sentivo questa domanda» dice. Spiega che prima, in Iraq, anche in relazione alla legge sul matrimonio, non veniva chiesto quale fosse la confessione religiosa di appartenenza. Poi fu accusato di avere attaccato le forze d’occupazione.

Haj Ali indica le sue dita e mostra un difetto che lo rende incapace di maneggiare un’arma da fuoco. «Gli ho detto che non mi sarebbe stato possibile partecipare, e che prendessero il numero di telefono del dottore che aveva fatto l’intervento chirurgico. Mi hanno anche chiesto se conoscevo Osama Bin Laden - continua Haj Ali - e ho risposto che lo conoscevo dalla tv. Continuarono a farmi domande del genere, anche su Saddam Hussein. Avevo la sensazione che cercassero di accusarmi di qualcosa. Poi hanno detto che ero antisemita, alla qual cosa ho replicato che considero i semiti tra i padri dell’umanità».

«Allora sai di cosa parlo», rispose uno dei responsabili dell’interrogatorio.

Gli uomini che lo avevano catturato, dissero ad Haj Ali quelli che lo interrogavano, sapevano che era una persona influente, che era un mukhtar del suo villaggio e gli chiesero: «Perché non collabori con noi? Potremmo anche farti operare la mano». L’uomo che gestiva l’interrogatorio continuava a ripetere: «Noi siamo il più grande popolo del mondo, vi abbiamo occupato e voi dovete arrendervi e collaborare». Come divenne chiaro in seguito, la cattura di Haj Ali e di molti altri a cui è toccato lo stesso destino non mirava a «fermare l’insurrezione», ma piuttosto a ottenere intelligence e reclutare gente tra i personaggi importanti dei villaggi della zona e delle società tribali. Haj Ali non accettò.


L'articolo della grande firma


La guerra all'Iran è già cominciata

di Scott Ritter*

*ispettore dell’ONU per le armi in Irak, dal 1991 al 1998 e autore di un libro di prossima pubblicazione, ottobre 2005, dal titolo: Irak Confidential: The untold story of america’s intelligence conspirancy.

Il Presidente Bush ha dichiarato agli americani in data 16 ottobre 2002: “Non ho ordinato l’uso della forza. Spero che l’uso della forza non si riveli necessario.”
Oggi sappiamo che il presidente, già nel luglio 2002, aveva firmato gli ordini “esecutivi”. che autorizzavano le forze militari USA a iniziare le operazioni militari all’interno dell’Irak, e che questi ordini erano stati messi in esecuzione già nel settembre 2002, quando le forze aeree americane, in collegamento con le forze aeree inglesi, avevano iniziato ad espandere i loro obiettivi da bombardare all’interno e all’esterno della cosiddetta no-fly zona in Irak.
Queste operazioni avevano lo scopo di logorare la difesa aerea irachena e la sua capacità di controllo del campo di battaglia. Allo stesso tempo servivano per facilitare le incursioni delle forze speciali americane che dovevano compiere delle ricognizioni strategiche, e subito dopo azioni dirette, contro obiettivi specifici dell’Irak, tutto ciò prima ancora dell’inizio delle ostilità avvenuto il 19 marzo 2003.
Dunque la guerra in Irak è iniziata ai primi dell’estate del 2002, se non addirittura prima. Si tratta di un precedente che deve essere considerato quando si tratta di valutare gli avvenimenti che oggi si svolgono a proposito delle relazioni USA-Iran. E non a caso è giunta proprio in questi giorni la notizia che gli USA potrebbero usare la forza anche qui. Ma la stanno già usando...

Come è stato il caso con l’Irak nel periodo pre-marzo 2003, anche oggi l’amministrazione Bush parla di “diplomazia” e del desiderio di soluzioni “pacifiche” per quanto riguarda la questione iraniana.
Ma i fatti parlano diversamente, si tratta di guerra e di rimozione forzata del regime teocratico che attualmente detiene il potere a Teheran.
Secondo l’intensità della retorica “liberazione / democrazia” gli americani dovrebbero essere messi sull’avviso che l’Iran ormai è ben centrato nell’occhio del mirino come il prossimo bersaglio della amministrazione Bush.
Mentre stiamo scrivendo dei velivoli senza pilota stanno sorvolando il territorio iraniano con strumentazioni sempre più moderne e efficaci.
La violazione dello spazio aereo di una nazione sovrana è, di per sé, un atto di guerra. Ma la guerra con l’Iran è andata ben al di là di una semplice raccolta di informazioni. Il presidente Bush ha approfittato degli enormi poteri conferitigli in seguito ai fatti del 11 settembre, per condurre una guerra mondiale contro il terrore e per iniziare delle operazioni segrete all’interno dell’Iran.
La più evidente di tutte sono le azioni recentemente intraprese dai Mujahadeen el-Khalk, o MEK, un gruppo di opposizione iraniano sostenuto dalla CIA, un tempo guidato dai temibili servizi segreti di Saddam Hussein, oggi totalmente sostituito dalla Direzione delle Operazioni della CIA.
E’ una amara ironia della sorte constatare che oggi la CIA si serve di un gruppo appartenente a una organizzazione terrorista, addestrato in attentati dinamitardi dalle stesse forze dell’ex dittatore Saddam, che oggi stanno uccidendo i soldati americani in Irak, per condurre operazioni dinamitarde in Iran, quando Bush condanna ogni giorno le stesse cose però in Irak.
Forse il detto che “il terrorista per uno è il combattente per la libertà per l’altro” è stato finalmente accolto anche dalla Casa Bianca.
Nel Nord, nel vicino Azerbaijan, i militari USA stanno preparando una base di operazioni per una presenza militare massiccia posta a preludio di una campagna terrestre avente lo scopo di catturare Teheran.
L’interesse del segretario di Stato Rumsfeld per l’Azerbaijan può essere sfuggito agli addormentati media occidentali, ma la Russia e le nazioni del Caucaso hanno capito anche troppo bene che ormai i dadi sono stati tratti. I legami etnici fra gli Azeri dell’Iran del nord e l’Azerbaijan sono stati a lungo sfruttati dall’ex URSS durante la guerra fredda, e questa possibilità di manipolazione interna è stata afferrata dagli agenti paramilitari della CIA e dalle unità speciali che si stanno addestrando con le forze dell’Azerbaijan per formare dei gruppi speciali capaci di operare all’interno dell’Iran sia per raccogliere informazioni, sia per condurre delle azioni dirette, sia per mobilitare l’opposizione interna ai Mullah di Teheran.
Ma questo è soltanto uno dei compiti che gli USA hanno programmato per l’Azebijan. Le forze aeree americane, operanti dalle basi dell’Azebaijan, dovranno percorrere un tragitto molto più breve per colpire obiettivi sia a Teheran che nei dintorni. Gli Stati Uniti non hanno più bisogno di ricorrere ai vecchi piani della guerra fredda che prevedevano di arrivare a Teheran attraverso il Golfo Persico e le città di Chah Bahar e Bandar Abbas, I Marines possono prendere queste due città solo per proteggere il vitale stretto di Hormuz, senza la necessità di proseguire l’invasione via terra.
Adesso esiste una strada per Teheran molto più breve, e cioè la strada che corre lungo il mare Caspio dall’Azerbaijan a Teheran.
I comandanti militari USA hanno già iniziato le simulazioni di guerra che richiedono lo spiegamento di forze multidivisionali in Azerbaijan.
I piani logistici che riguardano la presenza aerea e terrestre in Azerbaijan sono già molto avanzati.
Considerato il fatto che la maggior parte del lavoro logistico necessario per condurre le operazioni di supporto e comando a sostegno delle operazioni della guerra in Iran è già operativo nella regione, grazie alla massiccia presenza USA in Irak, il tempo per mettere tutto in azione per una guerra contro l’Iran sarà considerevolmente ridotto rispetto anche ai già ridotti tempi di esecuzione richiesti per l’invasione dell’Irak nel 2002-03.




La pagina è aggiornata alle ore 11:27:31 di Dom, 25 set 2005