Ricordate lo scandalo provocato dalla distruzione proditoria attuata dai talebani dei millenari Buddha nella roccia di Bamlyan? Lo sdegno della cultura mondiale fu unanime, invece...

Ecco in Iraq la dispersione di un patrimonio archeologico e artistico senza uguali

In un servizio straordinario i principali guasti alla cultura mondiale provocati dallo "scontro di civiltà"

di Chalmers Johnson, Nuovi Mondi Media



Il leone di Babilonia: monumento monolitico in basalto, probabilmente un trofeo di guerra di origine ittita. Nelle foto dentro il testo ricostruzione digitale della città di Ur e oggetti della stessa zona

È difficile dire quanto del patrimonio culturale iracheno, una delle più inestimabili eredità dell'umanità, sia andato perso dall'inizio della guerra
Nei mesi precedenti all’invasione dell’Iraq, George Bush e i suoi alti funzionari parlavano di preservare il “patrimonio” dell’Iraq per il popolo iracheno. In un momento in cui parlare del petrolio iracheno era un tabù, quello che Bush voleva dire riferendosi al patrimonio era esattamente questo – il petrolio iracheno. Nella loro “dichiarazione congiunta sul futuro dell’Iraq” dell’8 aprile 2003, George Bush e Tony Blair affermarono: “Riaffermiamo il nostro impegno a proteggere le risorse naturali dell’Iraq, come patrimonio del popolo iracheno, che dovrebbe essere utilizzato solo a suo beneficio”(1). In questo di certo mantennero la parola data. Tra i pochi luoghi che realmente i soldati americani hanno protetto durante e dopo la loro invasione vi sono i campi petroliferi e il Ministero del Petrolio a Baghdad. Ma il reale patrimonio iracheno, questa inestimabile eredità millenaria dell’umanità è qualcosa di diverso. Mentre gli eruditi statunitensi profetizzavano un futuro “scontro di civiltà”, le nostre forze di occupazione permettevano che quello che forse è il maggiore tra i patrimoni dell’umanità venisse saccheggiato e distrutto.
In televisione sono passate troppe immagini deprimenti da quando George Bush ha lanciato la sua guerra all’Iraq – le foto di Abu Ghraib, Falluja devastata, soldati americani che prendono a calci le porte delle case private e puntano i fucili contro donne e bambini. Ma poche immagini sono filtrate storicamente - come il saccheggio del museo di Baghdad – o troppe sono state rapidamente dimenticate.


Insegnare agli iracheni il disordine della storia

Nei circoli archeologici, l’Iraq è conosciuto come la “culla della civiltà” con un background storico che si originò più di 7.000 anni fa. William R. Polk, fondatore del Centro di Studi Medio Orientali dell’Università di Chicago, afferma: “ È stato lì, in quello che i greci chiamavano Mesopotamia, che iniziò la vita così come la conosciamo attualmente: lì la gente ha iniziato per la prima volta a riflettere sulla filosofia e sulla religione, ha sviluppato concetti di commercio internazionale, ha trasformato le idee di bellezza in forme tangibili e, soprattutto, ha sviluppato la maestria della scrittura”. (2) Non vi è nessun altro luogo nella Bibbia, con l’eccezione di Israele, con più storia e profezia che Babilonia, Shina (Sumeria) e la Mesopotamia – differenti nomi per il territorio che gli inglesi iniziarono a chiamare “Iraq” all’epoca della Prima Guerra Mondiale, usando l’antico termine arabo per le terre dell’antico enclave turco della Mesopotamia (in greco tra i fiumi: il Tigri e l’Eufrate) (3). La maggior parte dei primi libri della Genesi sono ambientati in Iraq (si veda, ad esempio, Genesi 10:10, 11:31 e anche Daniele 1-4; Secondo Libro dei Re 24).

Le civiltà più conosciute che compongono il patrimonio culturale iracheno sono i sumeri, gli accadi, i babilonesi, gli assiri, i caldei, i persiani, i greci, i romani, i parti, i sassanidi e i musulmani. Il 10 aprile 2003, in un discorso in televisione, il presidente Bush ha riconosciuto che il popolo iracheno è “erede di una grande civiltà che contribuisce a tutta l’umanità”. (4) Solo due giorni dopo, sotto gli occhi compiacenti dell’esercito statunitense, gli iracheni iniziarono a perdere tale eredità in un turbinio di saccheggi e incendi.
Nel settembre 2004, in uno dei pochi documenti autocritici usciti dal Dipartimento della Difesa di Donald Rumsfeld, la Task Force del Consiglio Scientifico della Difesa per la Comunicazione Strategica scrisse: “gli obiettivi più ampi della strategia Usa dipendono dalla separazione della vasta maggioranza dei musulami non violenti dai radicali jihadisti. Ma gli sforzi americani non solo hanno fallito in questo senso: hanno anche ottenuto esattamente il contrario di quello che si proponevano” (5). In nessun luogo tale fallimento fu più evidente che nell’indifferenza dimostrata da Rumsfeld e dai suoi generali di fronte al saccheggio dell’11 e 12 aprile 2003 del Museo Nazionale di Bagdad e dell’incendio del 2003 della Biblioteca Nazionale, cosi come la Biblioteca dei Corani nel Ministero delle Fondazioni Religiose. Questi eventi furono, secondo Paul Zimansky, archeologo dell’Università di Boston, “il più grande disastro culturale degli ultimi 500 anni”. Eleanor Robson del All Souls College, Oxford, ha detto: “Dobbiamo tornare indietro di secoli, all’invasione mongola di Bagdad del 1258 per trovare saccheggi di queste dimensioni (6), ma il Segretario Rumsfeld ha paragonato il saccheggio alle sequenze di un partita di calcio e lo ha ridimensionato commentando: “La libertà è disordinata… la gente libera è libera di fare errori e di commettere crimini” (7).

Il museo archeologico di Baghdad è stato considerato per molto tempo come la più ricca tra tutte le istituzioni di questo tipo in Medio Oriente. È difficile dire con precisione tutto quello che è andato perduto durante quei giorni catastrofici del 2003 perché anche i cataloghi furono distrutti o erano incompleti per la condizione in cui versava la città dopo la Guerra del Golfo del 1991. Uno dei maggior archivi, sebbene parziale, è il catalogo degli articoli che il museo ha prestato nel 1988 a un’esposizione realizzata nell’antica capitale giapponese, Nara, intitolata Civiltà sulla rotta della seta. Ma, come disse dopo il saccheggio un funzionario del museo a John Burns del New York Times: “ È scomparso tutto, tutto. È scomparso tutto in due giorni” (8).

Un libro indispensabile, illustrato splendidamente, scritto da Milbry Park e Angela M.H. Schuster, The Looting of the Iraq Museum, Bagdad: The Lost Legacy of Ancient Mesopotamia (New York, Harry N. Abrams, 2005), rappresenta lo sconsolante proposito di più di una dozzina di specialisti in archeologia dell’antico Iraq di specificare quello che c’era nel museo prima della catastrofe, dove sono stati scavati gli oggetti e la condizione delle poche migliaia di articoli che sono state recuperate. Gli editori e gli autori hanno devoluto una parte degli proventi al Consiglio Statale delle Antichità e del Patrimonio iracheno.

In una conferenza a Londra sui crimini legati a opere d’arte un anno dopo il disastro, John Curtis del British Museum ha riferito che almeno la metà degli oggetti non è stata recuperata e che circa 15,000 oggetti saccheggiati dalle vetrine e oltre 8.000 dai magazzini non sono mai stati ritrovati. Tutta la sua collezione di 5,800 di sigilli a cilindro, tavolette con scrittura cuneiforme e altre iscrizioni, alcune risalti alle prime scoperte della scrittura, sono state rubate (9). Da allora, come risultato di un’amnistia verso i saccheggiatori, circa 4.000 artefatti sono stati recuperati in Iraq e più di mille sono stati confiscati negli Stati Uniti (10). Curtis ha sottolineato che controlli casuali sui soldati occidentali che lasciavano l’Iraq hanno portato alla identificazione di numerosi oggetti antichi posseduti illegalmente. Agenti sotto copertura infiltrati tra le truppe Usa ne hanno recuperati altri. La polizia ha confiscato in Giordania circa 2.000 pezzi contrabbandati dall’Iraq, in Francia 500, in Italia 300, in Siria 300, in Svizzera 250. Quantità inferiori sono state confiscate in Kuwait, Arabia Saudita, Iran, Turchia. Nessuno di questi oggetti è stato mai restituito a Baghdad.

I 616 pezzi che formano la famosa collezione di “oro di Nimrud”, rinvenuta dagli iracheni alla fine degli anni ’80 dalle tombe delle regine siriane a Nimrud, a pochi chilometri dal sudest di Mosul, sono state salvate solo perché il personale del museo le aveva portate in segreto nei sotterranei della Banca Centrale Irachena durante la prima Guerra del Golfo. Quando gli americani finalmente trovarono il tempo per proteggere la Banca Centrale dell’Iraq nel 2003, il suo edificio era un guscio completamente bruciato pieno di travi di metallo spiegate a causa del crollo del tetto e di tutti i nove piani che si trovavano di sotto. Tuttavia, i compartimenti sotterranei e il loro contenuto sopravvissero senza danni. Il 3 luglio 2003 una piccola parte della collezione Nimrud fu esposta per poche ore per permettere a un piccolo gruppo di funzionari iracheni di vederla per la prima volta dal 1990 (11).

L’incendio dei libri e dei manoscritti nella Biblioteca dei Corani e nella Biblioteca Nazionale fu in sé un disastro di prim’ordine. La maggior parte dei documenti imperiali ottomani e gli antichi archivi reali sulla costituzione dell’Iraq furono ridotti in cenere, Secondo Humberto Marquez, scrittore venezuelano e autore de “Storia Universale della Distruzione dei Libri” (2004), circa un milione di libri e decine di milioni di documenti furono distrutti negli incendi del 14 aprile 2003 (12). Robert Fisk, il veterano corrispondente in Medio Oriente dell’Independent di Londra, era a Baghdad il giorno degli incendi. Corse al dell’Ufficio delle Questioni Civili dei marines americani e fornì all’ufficiale in carica l’ubicazione esatta sulla mappa dei due archivi e i loro nomi in arabo e in inglese e sottolineò che si poteva vedere il fumo da 5 chilometri di distanza. L’ufficiale gridò a uno dei suoi colleghi : “questo tizio dice che c’è qualche biblioteca in fiamme”, ma gli americano non fecero nulla per spegnere gli incendi (13).


Il Burger King di Ur

Dato il valore sul mercato nero di oggetti d’arte antica, i leader miltari degli Usa avevano ricevuto l’ordine che il saccheggio di tutti i 13 musei nazionali del paese sarebbe stato un pericolo particolarmente grave nei giorni seguenti alla presa della città. Nel caos in seguito alla Guerra del Golfo del 1991 alcuni vandali rubarono circa 4.000 oggetti da 9 differenti musei regionali. In termini monetari, il commercio illegale di antichità è la terza forma più redditizia di commercio internazionale, preceduta a livello globale solo dal contrabbando di droga e dalla vendita di armi (14). Considerando la ricchezza del passato dell’Iraq, esistono più di 10.000 importanti siti archeologici sparsi per il paese, dei quali solo 1.500 sono stati studiati. Dopo la Guerra del Golfo, molti tra questi furono illegalmente scavati e i loro artefatti venduti a collezionisti internazionali nei paesi occidentali e in Gappone, tutto con il benestare dei comandanti statunitensi.

Nel gennaio 2003, prima dell’invasione dell’Iraq, una delegazione americana di studiosi, direttori di musei, collezionisti d’arte e commercianti di antichità si riunì con i funzionari del Pentagono per discutere l’ invasione imminente. Avvertirono specificamente che il Museo Nazionale di Bagdad era il luogo più importante del paese. Mc Guire Gibson dell’Istituto Orientale dell’Università di Chicago disse “Pensai che mi avevano garantito che i siti e i musei darebbero stati protetti” (15) Gibson si recò due volte al Pentagono per discutere di tali pericoli; lui e i suoi colleghi inviarono varie email per ricordare quanto promesso agli ufficiali militari nelle settimane prima dell’inizio della guerra. Tuttavia, il Guardian di Londra il 14 aprile 2003 riferì di un preludio più sinistro di quello che sarebbe accaduto: ricchi collezionisti americani con legami con la Casa Bianca si occuparono di persuadere il Pentagono affinchè ammorbidisse la legislazione che protegge il patrimonio iracheno per prevenire la sua vendita all’estero”. Il 24 genneio 2003 circa 60 collezionisti e commercianti con sede a New York si costituirono in un nuovo gruppo chiamato Consiglio Statunitense per la Politica Culturale e si riunirono con i funzionari dell’amministrazione Bush e del Pentagono per discutere dell’ Iraq post Saddam che avrebbe dovuto avere leggi permissive riguardo le antichità (16). Suggerirono che l’apertura al commercio privato di artefatti iracheni avrebbe offerto a questi articoli una miglior sicurezza di quella che ricevevano in Iraq.

La principale salvaguardia legale internazionale per istituzioni e per i luoghi importanti dal punto di vista storico e umanistico è la Convenzione per la Protezione della Proprietà Culturale in Caso di Conflitto Armato firmata il 14 maggio 1954. Gli Stati Uniti non aderirono a questa convenzione, soprattutto perchè durante la guerra fredda temevano che il trattato avrebbe potuto restringere la loro libertà a lanciarsi verso una guerra nucleare. Ma durante la guerra del Golfo del 1991 l’Amministrazione di Bush padre accettò le regole della convenzione e redasse una lista di “obiettivi di non-fuoco”, luoghi dove era risputo che si trovavano elementi di alto valore culturale (17). L’Unesco e gli altri guardiani di manufatti culturali si aspettavano che l’Amministrazione di Bush figlio seguisse le stesse procedure nella guerra del 2003.

Inoltre, il 26 marzo 2003, l’Ufficio per la Ricostruzione e per l’Assistenza Umanitaria (ORHA) del Pentagono, diretto dal tenente generale in pensione Jay Garner – l’autorità civile che gli Stati Uniti avevano stabilito per il momento in cui sarebbero cessate le ostilità - inviò a tutti gli alti comandanti americani una lista di 16 istituzioni che “meritano protezione particolare per impedire danni, distruzioni e furti di cataloghi e beni”. Il memorandum di 5 pagine, inviato due settimane prima della cadute di Bagdad diceva anche che“ le forze della coalizione devono assicurare questo servizio per impedire saccheggi e la conseguente perdita irreparabile di tesori culturali” e che “i saccheggiatori devono essere fermati e arrestati”. Il primo nella lista dei luoghi da proteggere secondo il generale Garner era la Banca Centrale dell’Iraq che ora è una rovina; il secondo era il Museo delle Antichità. Al sedicesimo posto c’era il ministero del Petrolio, l’unico luogo che le forze americane che occuparono Bagdad hanno realmente difeso. Martin Sullivan, presidente del Comitato del Consiglio del Presidente per il Patrimonio Culturale durante gli otto anni precedenti e Gary Vikan, direttore del Museo di Arte Walters a Baltimora, membro del comitato, rassegnarono entrambi le dimissioni in segno di protesta contro il fatto che il CEBTCOM non obbediva agli ordini. Sullivan disse che era “imperdonabile” che il Museo non avesse ottenuto la stessa priorità che il Ministero del Petrolio (18).

Come ben sappiamo ora, le forze americane non fecero nessuno sforzo per impedire il saccheggio delle grandi istituzioni culturali dell’Iraq: i suoi soldati contemplavano semplicemente i vandali che entravano e incendiavano gli edifici. Said Arjomand, editor della rivista Studies on Persianate Societies e professore di sociologia all’università di Stato di New York a Stony Brook scrisse: “Le nostre truppe, che hanno orgogliosamente protetto il Ministero del Petrolio, dove non c’è nemmeno un vetro rotto, hanno deliberatamente condonato questi orrendi eventi” (19). I comandanti americani affermano, al contrario, che erano troppo occupati a combattere e che mancavano soldati per protegger il museo e le biblioteche. Tuttavia, questa sembra essere una spiegazione altamente improbabile. Durante la battaglia per la presa di Bagdad, i militari americani erano perfettamente disposti a spiegare circa 2.000 soldati per proteggere i campi petroliferi nel nord dell’Iraq e i loro sforzi nei confronti delle antichità non migliorarono dopo che i combattimenti si affievolirono. Nella città sumera di Ur, che risale a circa 6.000 anni fa con la sua massiccia Ziggurat (costruita in un periodo tra il 2112 e il 2095 a.c. e restaurata da Nabucodonosor II nel VI secolo a.c.) i marines hanno imbrattato le mura con scritte “Sempre Fi” (sempre fidelis, sempre fedeli) (20). I militari trasformarono il monumento in una zona proibita a tutti al fine di occultare la profanazione che era avventura, compreso il saccheggio da parte dei soldati Usa di numerosi mattoni di argilla utilizzati per la costruzione degli antichi edifici.

Fino all’aprile del 2003, l’area attorno a Ur, vicino a Nassirya, era isolata e sacra. Tuttavia, i militari scelsero il terreno adiacente alla Ziggurat per costruire la loro immensa base aerea Tallil, con due piste di atterraggio di 4.000 e 3.000 metri di lunghezza e con quattro campi satelliti. Nella costruzione, gli ingegneri militari mossero più di 9.500 carichi di camion da terra per costruire 32.500 metri quadrati di depositi e altre costruzioni per aerei. Rovinarono completamente l’aerea, il cuore della civiltà umana per qualsiasi indagine archeologia o turismo futuro. Il 24 ottobre 2003, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sicurezza, l’Esercito e la Air Force costruirono la loro Ziggurat moderna: “aprirono un secondo Burger King a Tallil. La nuova istallazione, ubicata vicino a Pizza Hut, assicura che ci sia un altro Burger King affinché più soldati di ambo i sessi che servono l’Iraq possano, sebbene solo per un momento, dimenticare i loro problemi nel deserto e avere un soffio di quel profumo famigliare che li riporta a casa” (21).
Il grande archeologo inglese Sir Max Mallowan (maritodi Agatha Christie), pioniere tra gli scavi di Ur, Nineve e Nimrud cita alcuni consigli classici gli americani dovrebbero essere tanto saggi da seguire: “È pericoloso disturbare i monumenti antichi… è saggio e storicamente importante mostrare reverenza verso le eredità del tempo antico. Ur è una città infestata dai fantasmi del passato ed è prudente amansirli “ (22).

Il comportamento americano negli altri luoghi iracheni non è stato migliore. A Babilonia, le forze americane e polacche hanno costruito un deposito militare nonostante le obiezioni degli archeologi. John Curtis, che rappresenta l’autorità del British Museum sui numerosi siti archeologici iracheni, racconta di una visita nel dicembre 2004 nella quale vide “crolli e brecce dove qualcuno aveva cercato di scolpire i mattoni decorati che formavano i famosi dragoni della Porta Ishtar” e un “pavimento di 2.600 anni di antichità distrutto dai veicoli militari”. (23) Altri osservatori affermano che la polvere alzata dagli elicotteri americani aveva eroso la fragile facciata del palazzo di Nabucodonosor II, re di Babilonia dal 605 al 562 a.c.(24). L’archeologo Zainab Baharani informa: “Tra maggio e agosto del 2004, il muro del tempio di Nabu e il tetto del tempio di Ninmah, entrambi risalenti al VI sec a.c. crollarono in seguito al movimento degli elicotteri. Vicino, macchine e veicoli pesanti vengono parcheggiati sui resti di un teatro greco dell’epoca di Alessandro di Macedonia (Alessandro Magno) (25).
E nessuno di questi eventi inizia ad affrontare il massiccio e continuo saccheggio dei luoghi storici in tutto l’Iraq da parte di predatori di tombe e di antichità, che sono pronte per decorare le sale dei collezionisti occidentali. L’incessante caos e la mancanza di sicurezza in Iraq in seguito della nostra invasione ha determinato che un futuro Iraq pacifico avrà difficoltà a esibire un patrimonio. Non è successo irrilevante per l’Amministrazione Bush il fatto di aver affogato nella culla del passato umano nello stesso caos e nella stessa mancanza di sicurezza dell’attuale Iraq. Se l’amnesia è una benedizione, allora la sorte delle antichità irachene è una specie di paradiso moderno.

I sostenitori del presidente Bush hanno parlato in ogni momento della sua guerra globale conto il terrorismo come di uno “scontro di civiltà”. Ma la civiltà che stiamo distruggendo in Iraq fa pare del nostro stesso patrimonio. E fa anche parte dell’eredità del mondo. Prima della nostra invasione dell’Afghanistam, condannammo i talebani perché avevano fatto esplodere le monumentali statue buddiste del III secolo d.c. a Bamiyan nel marzo 2001. Erano due gigantesche statue di immenso valore storico e la barbarie della loro distruzione venne proclamata a grandi titoli e con orrore nel nostro paese. Oggigiorno, il nostro stesso governo è responsabile di crimini molto più gravi quando si tratta della distruzione di tutto un universo di antichità. Pochi qui, quando considerano le reazioni irachene nei confronti dell’occupazione americana, si preoccupano di considerare tali crimini. Ma quello che noi non vogliamo ricordare, può essere che rimanga ben annotato nella memoria degli altri.

Fonte: http://www.tomdispatch.com/index.mhtml?pid=4710
Traduzione a cura della redazione di Nuovi Mondi Media

Note

[1] American Embassy, London, " Visit of President Bush to Northern Ireland, April 7-8, 2003."
[2] William R. Polk, "Introduction," Milbry Polk and Angela M. H. Schuster, eds., The Looting of the Iraq Museum: The Lost Legacy of Ancient Mesopotamia (New York: Harry N. Abrams, 2005), p. 5. Also see Suzanne Muchnic, "Spotlight on Iraq's Plundered Past," Los Angeles Times, June 20, 2005.
[3] David Fromkin, A Peace to End All Peace: The Fall of the Ottoman Empire and the Creation of the Modern Middle East (New York: Owl Books, 1989, 2001), p. 450.
[4] Discorso di George Bush al popolo iracheno diffuso da "Towards Freedom TV," il 10 aprile 2003.
[5] Office of the Under Secretary of Defense for Acquisition, Technology, and Logistics, Report of the Defense Science Board Task Force on Strategic Communication (Washington, D.C.: September 2004), pp. 39-40.
[6] Vea Frank Rich, "And Now: 'Operation Iraqi Looting,'" New York Times, April 27, 2003.
[7] Robert Scheer, "It's U.S. Policy that's 'Untidy,'" Los Angeles Times, April 15, 2003; citato in Books in Flames, Tomdispatch, April 15, 2003.
[8] John F. Burns, "Pillagers Strip Iraqi Museum of Its Treasures," New York Times, April 13, 2003; Piotr Michalowski (University of Michigan), The Ransacking of the Baghdad Museum is a Disgrace, History News Network, April 14, 2003.
[9] Polk and Schuster, op. cit, pp. 209-210.
[10] Mark Wilkinson, Looting of Ancient Sites Threatens Iraqi Heritage, Reuters, June 29, 2005.
[11] Polk and Schuster, op. cit., pp. 23, 212-13; Louise Jury, "At Least 8,000 Treasures Looted from Iraq Museum Still Untraced," Independent, May 24, 2005; Stephen Fidler, "'The Looters Knew What They Wanted. It Looks Like Vandalism, but Organized Crime May be Behind It,'" Financial Times, May 23, 2003; Rod Liddle, The Day of the Jackals, Spectator, April 19, 2003.
[12] Humberto Márquez, Iraq Invasion the 'Biggest Cultural Disaster Since 1258,' Antiwar.com, February 16, 2005.
[13] Robert Fisk, "Library Books, Letters, and Priceless Documents are Set Ablaze in Final Chapter of the Sacking of Baghdad," Independent, April 15, 2003.
[14] Polk and Schuster, op. cit., p. 10.
[15] Guy Gugliotta, "Pentagon Was Told of Risk to Museums; U.S. Urged to Save Iraq's Historic Artifacts," Washington Post, April 14, 2003; McGuire Gibson, "Cultural Tragedy In Iraq: A Report On the Looting of Museums, Archives, and Sites," International Foundation for Art Research.
[16] Rod Little, op. cit..; Oliver Burkeman, Ancient Archive Lost in Baghdad Blaze, Guardian, April 15, 2003.
[17] Vea: James A. R. Nafziger, Art Loss in Iraq: Protection of Cultural Heritage in Time of War and Its Aftermath, International Foundation for Art Research.
[18] Paul Martin, Ed Vulliamy, and Gaby Hinsliff, U.S. Army was Told to Protect Looted Museum, Observer, April 20, 2003; Frank Rich, op. cit.; Paul Martin, "Troops Were Told to Guard Treasures," Washington Times, April 20, 2003.
[19] Said Arjomand, Under the Eyes of U.S. Forces and This Happened?, History News Network, April 14, 2003.
[20] Ed Vulliamy, Troops 'Vandalizè Ancient City of Ur, Observer, May 18, 2003; Paul Johnson, Art: A New History (New York: HarperCollins, 2003), pp. 18, 35; Polk and Schuster, op. cit., p. 99, fig. 25.
[21] Tallil Air Base, GlobalSecurity.org.
[22] Max Mallowan, Mallowan's Memoirs (London: Collins, 1977), p. 61.
[23] Rory McCarthy and Maev Kennedy, Babylon Wrecked by War, Guardian, January 15, 2005.
[24] Owen Bowcott, Archaeologists Fight to Save Iraqi Sites, Guardian, June 20, 2005.
[25] Zainab Bahrani, "The Fall of Babylon," in Polk and Schuster, op. cit., p. 214.
Copyright 2005 Chalmers Johnson
Questo saggio è un brano di “Nemesis: The Crisis of the American Republic” di Chalmers Johnson - pubblciato da Metropolitan Bookjs a fine 2006 - l’ultimo volume della trilogia. I primi due volumi sono Gli ultimi giorni dell'impero americano (Garzanti, 2003) e Le lacrime dell'impero. L'apparato militare industriale, i servizi segreti e la fine del sogno americano (Garzanti, 2005)




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Dom, 24 lug 2005