La casa sbagliata di Stradivari


E' stato pubblicato il programma delle manifestazioni liutarie di ottobre () e giustamente non si fa cenno ad una iniziativa che un primo momento sembrava godere di tutti i favori ufficiali, l'apertura della presunta casa natale di Stradivari. "Il Vascello" riprende ed arricchisce un dato noto fin dal 1987, quando "Mondo Padano" diretto da Antonio Leoni, diede per primo notizia che quella identificata con tanto di lapide non era la vera casa di Stradivari. Sulla vicenda la testimonianza del sindaco ai tempi delle celebrazioni stradivariane, nel 1987 appunto, e la documentazine ulteriore a conferma di un errore che si è perpetuato fino a questi giorni.

Il sensazionale intervento di Renzo Zaffanella, il sindaco delle celebrazioni stradivariane: "La Coca Cola voleva acquistare per il Comune di Cremona la casa di Stradivari, ma rinunciammo perché l'Archivio di Stato ci documentò che la casa segnalata era quella sbagliata! Invito la Triennale a compiere per serietà un passo indietro per non danneggiare la credibilità della nostra liuteria"

Nella rettifica documentale che stabilisce in via definitiva quale fu la vera casa dove il giovane Antonio Stradivari abitò con la sua sposa Francesca Ferraboschi (vicenda che qui sotto viene ricostruita passo a passo) si inserisce un protagonista di eccezione, Renzo Zaffanella, il sindaco delle celebrazioni del 1987 per il 250 anniversario della morte del genio della liuteria mondiale.
Dichiara Renzo Zaffanella: "Ricordo benissimo il documento dell'Archivio di Stato che smentiva la attribuzione di Andrea Baruzzi, il quale nel 1956 aveva indicato come casa nuziale di Stradivari quella attualmente occupata dal negozio del Te per Due, sovrastata dalla lapide che la individua, appunto, come la casa nuziale stradivariana. Fui io stesso a sollecitare questa ricerca dell'Archivio di Stato: Posso adesso svelare un particolare noto a pochi o a nessuno. Oltre tutto l'acquisto della casa non sarebbe costato una lira al Comune di Cremona. Io fui indotto a sollecitare la autenticità della attribuzione del Baruzzi anche perchè avevo ricevuto una offerta significativa da uno sponsor importantissimo.
La Coca Cola si era offerta di procedere all'acquisto, in cambio, ovviamente della citazione del proprio intervento.
Non fu dunque perchè non avessimo i quattrini che non procedemmo all'acquisto, anche se l'ufficio tecnico giudicava troppo alta la richiesta dei proprietari della casa (320 milioni contro i 200 della valutazione comunale). Fu proprio il documento dell'Archivio di Stato, giustamente citato in primis da "Il vascello" e nel 1987 da una pagina di "Mondo Padano" che ci sconsigliò di procedere, cosa che abbiamo fatto per la serietà che deve contraddistinguere una scelta del genere nella quale sarebbero stati coinvolti il buon nome e l'autorevolezza del Comune in primo luogo e dello sponsor di fama mondiale in seconda istanza
.
Prosegue Zaffanella: "Debbo anche aggiungere con orgoglio, mi sia consenttito, che non solo quest'operazione sarebbe avvenuta senza oneri, ma che altrettanto positivamente dal punto di vista finanziario si risolsero le manifestazioni stradivariane. Consegnai a Garini, come esito delle celebrazioni, la bella cifra di 160 milioni di attivo, 160 milioni di lirette di allora, che non erano certamente poche".
"Oggi - conclude Zaffanella - sento dire che il presidente della Triennale Bodini e lo stesso Corada vogliono procedere ugualmente al programma previsto nella casa "sbagliata". Spero che che il loro pensiero sia stato male interpretato. Bisogna doverosamente ricordare che la Triennale è l'ente che in primo luogo promuove e quindi tutela la immagine della liuteria cremonese. Che serietà potrebbe garantire se, smentendo le documentazioni esistenti , si ostinasse a garantire per una casa che tutti i documenti ed in primis l'Archivio di Stato, ma leggo lo stesso Elia Santoro, possono dimostrare che non è quella storicamente documentabile? Sarebbe un errore grave, non occasionale, che avrebbe ripercussioni probabilmente incalcolabili sulla stessa immagine di Cremona capitale della liuteria mondiale. Io si sono ritirato dalla politica e non voglio entrare più in dibattiti che abbiano questo risvolto. Ma amo Cremona e come cittadino cremonese mi sento in dovere di invitare a una riflessione adeguata su una scelta strategicamente di altissimo valore culturale".


Ecco i mappali che confermano con assoluta chiarezza come fu inglobata la bottega di Stradivari e come avvenne l'errore di Arnaldo Baruzzi che identificò la casa sbagliata


Mettiamo a confronto i mappali del 1855 e quelli del 1873 che chiariscono in modo definitivo dove finì la casa di Stradivari e come avvenne l'errore del Baruzzi. A sinistra nella mappa del 1855 si può notare come esista ancora la casa bottega di Stradivari, identificata con il numero 201. E' la casa data dal Pescaroli al futuro celebre liutaio per le nozze con Francesca Ferraboschi. La casa è al limite della porzione che porta il numero 200. La porzione erroneamente identificata dal Baruzzi come la casa di Stradivari porta il 202. Nel mappale del 1873 è avvenuta la unificazione tra la casa di Stradivari che infatti non appare più e la porzione continua ad essere identificata con il numero 200. Al fianco, come prima, appare il 202. Che è in alcun modo modificato rispetto al 1855, non ha dunque inglobato il 201, la casa di Antonio Stradivari. Il Baruzzi ragionò erroneamente che se la casa di Stradivari era la 201 non poteva essere unificata che con il 202. Invece finì nella 200. Da qui l'errore in buona fede del ricercatore bresciano.

Elia Santoro: ecco come fu scelta la casa per Stradivari, fu per rimediare ad uno scandalo e far sposare il liutaio a Francesca Ferraboschi


Perché Stradivari venne in possesso della casa contrassegnata col 1087 e dotata di bottega di "marangone" e mezzanino? Quella bottega che ,essendosi poi unito il 1087 con il 1088 trasse in inganno chi (unendo il 1088 con il 1089) finì con l'individuare in modo sbagliato la casa che espone ingloriosamente, ormai, la lapide che la qualifica come dimora del celebre liutaio?
La casa al 1087 era di proprietà del fornaio Camillo Crespi ed ospitava sia un negozio di falegnameria sia una "panetteria" , tuttora esistente. Era stata concessa a Giovanni Giacomo Capra, primo marito di Francesca Ferraboschi, il 27 aprile 1664 ucciso con una archibugiata da Giovannni Pietro Ferraboschi, fratello di Francesca, per motivi rimasti ignoti.
A questo punto, le cose andarono come ricostruisce Elia Santoro in un prezioso documento che fu consegnato al direttore di Mondo Padano (purtroppo ancora in appunti) soltanto pochi giorni prima che il grande studioso della liuteria cremonense scomparisse.
In base alle leggi dello Stato, Francesca non avrebbe mai potuto risolvere i problemi connessi al suo stato di vedovanza perché incinta e nell'impossibilità di provvedere a se stessa e al futuro bambino. La diatriba era scabrosa. C'era di mezzo il ritorno in città del fratello di Francesca, fuggito per sottrarsi alla giustizia.
Antonio Stradivari venne alla ribalta in questo preciso momento. Non possiamo aver dubbi in proposito, visto l'ambiente nel quale Antonio viveva. Con i buoni uffici del mentore di Stradivari, il grande intagliatore Francesco Pescaroli e di un altro autorevolissimo esponente cittadino, l'architetto Alessandro Capra, con l'amicizia di questi due importanti uomini e con gli interventi del Senatore di Milano Villani e del Pretore Cortesino, venne appianata la diatriba nella quale si interposero senza ombra di dubbio, anche i Gesuiti.
La vicenda avrebbe potuto assumere toni scandalistici e clamorosi, ma si è voluto che sul delitto calasse il silenzio adottando una soluzione la quale, pur apparendo salomonica, potesse portare alla riconciliazione e al ritorno a casa, senza peccato, di Giovannni Pietro Ferraboschi , l 'assassino del primo marito di Francesca Ferraboschi.
Uomo-chiave di tutta l'ingarbugliata faccenda, Antonio Stradivari, si presentò ai giurati nelle vesti di risolutore delle varie controversie come futuro sposo di Francesca.
Garante risulta appunto Francesco Pescaroli il quale offrì ad Antonio un tetto cioè una casa con bottega situata proprio nella parrocchia di Francesca. Da qui le premesse per avviare al lavoro Antonio Stradivari non più come « famiglio » di Pescaroli, ma come padrone di una bottega da « marangone ». Egli avrebbe così potuto garantire davanti ai giudici il sostentamento non soltanto di Francesca, vedova a causa del delitto, ma anche del bambino che doveva nascere.Quanto risulta dall'elenco delle « res et robbas », contenuto nell'allegato al documento notarile del 9 luglio 1665, era tutto ciò che era rimasto a Francesca delle 2.500 lire della dote portata a Giovanni Giacomo Capra. Ella non poteva, ora, che offrire quelle poche cose al novello sposo Antonio Stradivari. Si trattava di poco meno di 1.500 lire di moneta corrente di Cremona in vestiti, gioielli di scarso valore, arredi di casa e pochi mobili, gli essenziali per ricostruire la camera da letto. Era assai meno di quanto, nel XVII secolo, un padre era tenuto a garantire al futuro sposo della propria figlia e assai meno anche di quanto una famiglia generalmente desse per ben figurare e garantire la propria dignità e il proprio decoro. Una dote, in genere, andava dalle 3 alle 4 mila lire di moneta corrente di Cremona; al denaro si aggiungevano « res et robbas », fatta eccezione, naturalmente, per i casi particolari e i ceti più elevati.
Antonio Stradivari non offriva, però, di più, se si tíen conto che la casa gli era stata data da Francesco Pescaroli e che la bottega era già tutta arredata con arnesi, suppellettili e materiali. Anche in questo caso non si trovano documenti, se non quelli che riguardano la vertenza della vedova Francesca con Alessandro Capra e con la sua famiglia. Antonio vi figura come un personaggio secondario che ha soltanto funzione di rappresentanza. Sta zitto ed aspetta che gli eventi siano maturi e che la situazione generale sia tutta chiarita. C'è il problema del consolidamento dei patti per la pace tra i Capra ed i Ferraboschi per fare in modo che l'assassino potesse tornare; e ci sono, soprattutto, da definire gli aspetti legali riguardanti i bambini che sono in casa di Alessandro Capra.
La soluzione si rivelò, dal momento che sappiamo come successivamente si sarebbero svolti i fatti, perfettamente esemplare e, soprattutto, giusta. Il 29 luglio Francesca, accompagnata dal padre Giovanni e dallo zio Francesco, giurò davanti al vicario Pretore, secondo la forma degli Ordinamenti della città e seguendo « le vestigia di Nostro Signore Gesù Cristo che perdonò i suoi crocifissori, spontaneamente, gratis et amore Dei ». Rinunciò ad avere soddisfazione per « ogni offesa grave e gravissima a lei in qualsiasi modo arrecata, per tutto e per qualunque danno, interessi e spese tanto sopportati e fatti, quanto in futuro sopporterà, subirà e farà per questa causa o da essa dipendente ». Ella, in definitiva, era tenuta a non dire mai e per nessuna ragione « di essere stata offesa e ciò nella forma più ampia ».
Con questo atto di pace si permise a Francesca di far nascere, convenientemente e secondo la legge umana e morale, una femminuccia alla quale venne imposto il nome di Innocenza, a testimoniare la purezza della sua venuta ai mondo e la sofferenza patita dalla mamma. Innocenza venne battezzata in San Leonardo il 14 novembre 1664. I testimoni furono il parroco di Sant'Agata e Francesca Capra, sorella di Alessandro.
Mentre Innocenza sarà allevata dal nonno assieme a Giovanni Battista e a Susanna (altri due figli di Francesca Ferraboschi nate dal precedente matrimonio), Francesca lascerà definitivamente la casa del fornaio Crespi e farà ritorno alla casa paterna. Le difficoltà e le complicazioni per ottenere prima di tutto la tutela di Innocenza, per la quale il giudice dovette compilare il libro tutelare, e poi per liberare definitivamente Francesca da ogni obbligo, fecero protrarre di alcuni mesi le invocate soluzioni. Se Francesca intendeva risposarsi, si sarebbe dovuto chiudere il capitolo della dote che era stata pretesa da Alessandro Capra; e così si pervenne a sanatoria con atto dell'8 luglio 1665, nel quale si sanciva la restituzione di L. 1.413 e soldi 10 di moneta lunga di Cremona, corrispondenti a mobili e vestiari che Francesca aveva presentato, in una nota, al momento di sposare Antonio Stradivari.
Il mariomonio avvenne, come si è detto, il 4 luglio 1667.


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Dossier


Quando la foto è storia, umanità, nostalgia: uno straordinario libro di Ezio Quiresi
C'è qualcuno che ricorda Pirlin?




I promotori di manifestazioni nella casa "sbagliata" si erano rifatti alla lapide che appare sopra lo stabile al numero 55 - 57, ignorando quanto era stato ampiamente dimostrato fin dal 1987 da Maria Luisa Corsi e dall'archivio di Stato e pubblicato allora da "Mondo Padano" - Aggiungiamo altri contributi - Come sorse l'equivoco, ignorando anche altre ricerche



La ricostruzione fantasiosa dell'APT nel 1956 secondo le indicazioni di Arnaldo Baruzzi. C'è anche il mezzanino e il'altana dove era abitudine far seccare i legni. ma ecco qui sotto una foto sensazionale scattata in questi giorni: il mezzanino, dalla visuale del cortile, si trova a destra della casa intermedia tra quella indicata da una lapide come quella di Stradivari e la casa che invece, secondo la ricostruzione di Elia Santoro su assegnata dall' intagliatore Francesco Pescaroli al futuro genio della liuteria. Ed ecco indicata dalla freccia, non a sinistra ma a destra l'altana, dunque in quella porzione di fabbricato che era un tempo il 1087. Un inquilino della casa ci ha oltre tutto confermato che la muratura dell'altana è avvenuta abbastanza recentemente, con la ristrutturazione dello stabile che oggi ospita la galleria Kennedy. L'altana di Stradivari, a destra, ha dunque continuato ad esistere per secoli. La unione delle due case è testimoniata anche da un altro interessante particolare, il balcone, appoggiato innaturalmente a un muro cieco e che evidentemente un tempo aveva delle finestre sul cortiletto. Ma c'è di più. Le case a quel tempo erano tutte dotate di cortile interno ed al cortiletto fanno riferimento tutte le evidenze delle fotografie attuali (foto Il Vascello©).

Proseguiamo. Una ulteriore conferma della unione tra la primitiva casa di Stradivari e la 1087 e la 1088: la antica scala, forse contemporanea a Stradivari e che qui che vediamo porta a destra, verso il 1087 e non sfocia affatto nello stabile vicino, il vecchio 1089. Servono altre dimostrazioni oltre a quelle ineccepibili, dei documenti?


Con il comunicato che segue era stato annunciato con gran clamore che nel prossimo ottobre sarà aperta alle visite la casa nuziale di Stradivari.


“Stradivari Back Home” (e dalli con gli incredibili titoli in inglese, povera lingua italiana, che dimostrazione di provincialismo...), una visita alla dimora del genio assoluto dell’arte liutaria. A Cremona, nel corso delle manifestazioni legate all’”Ottobre Liutario” dal 7 al 16 ottobre sarà possibile visitare la casa di Antonio Stradivari.
L’abitazione, al numero civico 57 di corso Garibaldi, è la residenza dove il Grande Liutaio abitava con la prima moglie Francesca Ferraboschi e dove vennero costruiti alcuni dei pezzi più pregiati della storia della liuteria.
Si tratta di un evento davvero eccezionale visto che la casa non è aperta al pubblico.
Dal 1980 l’edifico è occupato dal negozio di complementi d’arredo e liste nozze “Tè per due” dell’Archietto Giorgio G. Soldi che festeggerà i 25 anni di attività aprendo l’intera casa e presentando negli ambienti appartenuti al Maestro le nuove collezioni e le proposte per la prossima stagione.
Per inaugurare questa iniziativa si terrà il 7 ottobre un concerto in cui verrà suonato il violino “Clisbee 1669”, strumento che appartiene alla collezione Civica di Cremona e nato proprio in quella dimora.
Nei giorni di apertura si terranno altre esibizioni di musicisti con strumenti ad arco. Orari 9.30/12.30 – 15.00/20.00 venerdì e sabato chiusura ore 22.00

Si è sollevato un vero polverone intorno alla vera casa nuziale di Antonio Stradivari dopo la rivelazione de "Il Vascello" il quale contesta la scelta dell'ente Triennale di svolgere manifestazioni in una casa sbagliata perché la vera casa nuziale è quella adiacente allo stabile solennizzato anche da una lapide. Diamo in proposito altri documenti.
Abbiamo usato il termine "rivelazione", ma sarebbe più corretto chiamare la nostra precisazione semplice "memoria storica".
Perché noi abbiamo in via preliminare semplicemente ricordato - la memoria, se Dio vuole, non ci fa ancora difetto - un documento inviato al Comune di Cremona dalla dottoressa Bellardi, attuale direttrice dell'Archivio di Stato, al sindaco Zaffanella che in occasione delle celebrazioni per il 250° anniversario della morte di Stradivari, voleva comperare la casa indentificata anche da una lapide come la casa nuziale del celebre liutaio. La dottoressa Bellardi dissuase il sindaco perché l'identificazione era sbagliata, come noi abbiamo scritto. Ed il sindaco Zaffanella, correttamente e senza la superficialità che si riscontra nell'attuale frangente, non procedette all'acquisto (anche tenendo conto del prezzo troppo alto richiesto l'acquisizione dell'intero lotto).
"Casa nuziale", quella proposta a Zaffanella, non "ex casa nuziale" di Stradivari come ridicolmente scrisse nei cartelli indicatori stradali per lungo tempo l'APT: fummo proprio noi a intervenire perché perlomeno si togliesse questo ex, sostenendo che era o non era la casa nuziale di Stradivari.
L'ex è, invece, divenuto paradossalmente e involontariamente profetico.
Nel 1987, infatti , nel documento citato sollecitato dal sindaco di Cremona di allora, la dottoressa Bellardi sostenne che la identificazione di quella casa come dimora nuziale di Stradivari (sostenuta persino dal disegno assolutamente fantasioso che vedete qui sopra) derivava da un equivoco nel quale era incorso l'autore della scoperta, Arnaldo Baruzzi nel 1959.
La Bellardi scrisse a Zaffanella, infatti, che se si prendono in esame le planimetrie conservate all'Ufficio Tecnico Comunale databili intorno al 1830 (già utilizzate dall'architetto Laura Goi per la "catalogazione delle antiche licenze edilizie relative al centro storico", e dunque oggetto di una analisi di archivio assolutamente al disopra di ogni sospetto e di assoluta serietà) si può notare come l'edificio contrassegnato col 1088, il numero che fa testo documentale, è "posto immediatamente a nord" della casa considerata di Stradivari. "Corrisponderebbe - quindi -agli attuali numeri 59 - 61- 63, mentre ai numeri 55- 57 (dove c'è la lapide) corrisponderebbe l'ex 1089".
In ogni caso, sempre a conferma della tesi della Bellardi, esiste un ulteriore sensazionale documento nel quale il numero 1089 non viene mai citato. Ma si fa riferimento ai numeri 1088 e 1087.
Si tratta della cosiddetta "Mappa delle parrocchie" del XVIII secolo: qui si contrassegna con il mappale numero 4 una piccola unità immobiliare censita come "bottega di affitto con sovrapposto mezzanino". E' al numero 1087. I registri catastali a gli atti notarili riportano per la bottega vicende proprie della casa dove è inglobata, contrassegnata con il numero 1087. La stessa situazione si ritrova nelle mappe catastali del 1855. In quella del 1873 si nota, invece, la ormai avvenuta unificazione delle botteghe con il resto dell'immobile. Che è appunto il 1088, cioè quello a nord della dimora indicata da Arnaldo Baruzzi. Secondo le planimetrie ottocentesche il n.1088 era unito al 1087 ( sappiamo dunque esattamente non solo dove era la casa nuziale di Antonio Stradivari e di Francesca Ferraboschi , ma presumibilmente, dove era la sua prima bottega, quella con il mezzanino). Era la bottega di "marangone" aperta da Giovanni Giacomo Capra, come si apprende da un atto del 1662. La casa era a quel momento di proprietà del fornaio Camillo Crespi che aveva anche una bottega trasformata in falegnameria. Giovanni Giacomo primo marito di Francesca Ferraboschi fu tragicamente ucciso. Francesca Ferraboschi sposò Antonio Stradivari il 4 luglio 1667.
Abbiamo dunque una ulteriore conferma che è anche un fatto a sensazione: sappiamo dove era esattamente collocata non solo genericamente la casa ma addirittura la bottega di Stradivari , cioè al 1087 divenuto un tutt'uno con il 1088.
Ribadiamo: non fu il 1089 (attuale casa con lapide) a diventare un tutt'uno con il 1087 (la bottega e il mezzanino della casa di nuziale di Stradivari), ma il 1088, come è assolutamente logico. Può bastare?
Noi abbiamo fatto le ricerche, con il contributo di Mario Silla, fin dal 1987. Ma apprendiamo da Corada e Bodini, che anche se le celebrazioni si fanno nella casa sbagliata, fa lo stesso. Poi si vedrà.
Daremmo simpaticamente il Premio nobel a entrambi per l'indifferenza, che si potrebbe superare con un semplice gesto di umiltà. Non si può pretendere che ben due sindaci abbiano la memoria di elefante.
Quanto a chi ha sollevato il polverone per confortare la gaffe delle autorità cremonesi, si deve commentare che siamo di fronte alla politica di chi deve mascherare un altro clamoroso "buco" giornalistico. Divertente è infatti leggere- sullo stesso giornale - che la versione della Bellardi "Secondo le ricerche effettuate presso l'archivio di Stato alla fine degli anni '80 (1987, siate precisi almeno in questa data... ndr), la vera casa non sarebbe situata al numero 57 bensì al 59, cioè all'immobile immediatamente di fianco al Tè per due e che attualmente ospita la panetteria forno Antico".
Tutto, però, può accadere in una città dove si ammette , per installarvi il museo del calcio, la violazione di un monumento del razionalismo, contro la quale di sono mobilitati gli esperti e la intelligenza italiana ed europea.

***
I documenti

Perché non si abbiano ulteriori incertezze , ecco anche la bibliografia. Abbiamo in prima istanza consultato:
•Baruzzi Arnaldo "La casa nuziale di Antonio Stradivari a Cremona", Cremona 1959, anche in inglese, London 1996.
•"Scuola internazionale di Luteria", 1959, ricerche sull'apprendistato di Antonio Stradivari, (Puccianti Anna - Antonio Stradivari - 1959, traduzione in sei lingue).
•Santoro Elia, "Scoperta la casa nuziale di Antonio Stradivari", in "La Provincia" di Cremona, 7 ottobre 1956; "Ricerche lunghe e faticose", 9 ottobre 1956, e "I documenti che comprovano l'autenticità della "casa nuziale", 12 ottobre 1956.
"Antonius Stradivarius" 1987, Libreria Il Convegno, antecedente la ricerca della dottoressa Bellardi e quindi con nuova citazione della "scoperta" di Arnaldo Baruzzi. Poi Elia Santoro si staccò da "La Provincia" e realizzò una serie di paginoni per "Mondo Padano" . Morì mentre stava realizzando uno servizio nel quale rettificava la posizione del Bellardi stesso accettando la tesi dell'Archivio di Stato. Da questo scritto di Elia Santoro, purtroppo incompiuto, abbiamo tratto le ultime notizie che confermano la idenficazione corretta della Bellardi e l'equivoco che trasse in inganno lo "scopritore" del 1956 e lo stesso Elia Santoro, pronto tuttavia ad ammettere i nuovi contributi.
• Statuti et Ordini del Collegio degli Architetti et ingegneri et agrimensori di Cremona, Cremona 1691, in " Biblioteca statale e Libreria civica di Cremona".


Ecco una lapide e un cartello turistico che sarebbe opportuno spostare nello stabile che precede, partendo da Sant'Agata. In pratica non ci sono più dubbi. Sarebbe non solo ridicolo ma anche pericoloso che si insistesse a voler celebrare Stradivari portando a visitare una casa "sbagliata".


Ma Antonio Stradivari era il suo nome di origine? E da questo esame Elia Santoro trae interessanti conclusioni. Persino che potesse essere nato non a Cremona ma a Gadesco

Non è certa la data di nascita di Antonio Stradivari. Il motivo è semplice: si presume che sia nato nel 1648. L'assenza dell'atto di nascita deriva dal fatto che proprio in quell'anno avvennero eccezionali avvenimenti politico militari. Nella contesa fra Francia e Spagna Cremona ebbe a subire un lungo assedio da parte dei Francesi. I cremonesi rinserrati per cento giorni nelle mura patirono gravissime angherie e soffrirono la fame.

Non sembra, quindi, impossibile che Antonio Stradivari sia nato in quei drammatici mesi dell'assedio e che la famiglia abbia cercato un comodo rifugio fuggendo nel contado e trovando ospitalità presso qualche famiglia. Cresciuto lontano da Cremona (forse in casa dei Pescaroli a Gadesco?), vi sarebbe ritornato - questa volta senza genitori, ma in compagnia del Pescaroli verso ii 1655 o 1656 per imparare un mestiere sotto la guida dell'intagliatore, che già stava insegnando a Giacomo Bertesi. Una fortuita coincidenza, ma siamo sempre più convinti che per Antonio Stradivari non ci furono strade normali, come non ce ne furono per Andrea Guarneri il quale, nella bottega di Niccolò Amati, stava imparando, come famiglio, il mestiere.
Ma non è soltanto un problema la data di nascita.
Ritorna, assillante - ricorda Elia Santoro - l'interrogativo su chi fosse e donde provenisse Antonio Stradivari. Mancano, come si è detto, documenti attorno agli anni della giovinezza, i soli certi che abbiamo in mano sono la lettera di don Guasco del 25 giugno 1667 e l'atto registrato di matrimonio del 4 luglio 1667. Nel primo documento si viene soltanto a sapere che Antonio proveniva dalla piccola parrocchia di Santa Cecilia; non vi è neppure la paternità che si voleva, forse, non render nota. Infatti gli storici apprendono che Antonio era figlio del « quondam » Alessandro (già defunto) nientemeno che da un atto notarile del 1680, vale a dire di 13 anni successivo al matrimonio di Antonio.
C'è qualche altro particolare che può riuscire interessante - nel caso si volesse tentare un approccio di natura filologica - circa il numero considerevole di tipi di scrittura usati per il cognome Stradivari. Noteremo, nei due primi documenti stradivariani, come don Guasco chiami in due modi diversi il giovane o, meglio, scriva il cognome usando due vocali differenti. Nel documento del 25 giugno, infatti, il parroco scrisse « Stradivaro », in quello, invece, del 4 luglio (di pochi giorni successivo al precedente) scrisse « Stradivero.
Sul piano grafematico non esiste alcuna differenza anche perché, in questo caso, non si tratta tanto di una forma dialettale, quanto, invece, di una forma di italiano volgare in contrapposizione alla forma latina, largamente usata nel XVII secolo non soltanto negli ambienti curiali od ecclesiastici. I due documenti furono, cioè, scritti in volgare, come in volgare venivano « sempre » scritte le carte dotali, le parti più importanti dei testamenti, gli inventari e l'elenco delle « res et robbas ». Quando si è tentato di rappresentare graficamente la quantità vocalica (che nel dialetto cremonese, trasformandola in sillaba tonica, ha valore distintivo), si è dovuto necessariamente fare la distinzione tra la vocale breve e la vocale lunga con la ripetizione del grafema stesso senza raddoppiare l'accento. Ritorna, assillante - ricorda Elia Santoro - l'interrogativo su chi fosse e donde provenisse Antonio Stradivari. Mancano, come si è detto, documenti attorno agli anni della giovinezza, i soli certi che abbiamo in mano sono la lettera di don Guasco del 25 giugno 1667 e l'atto registrato di matrimonio del 4 luglio 1667. Nel primo documento si viene soltanto a sapere che Antonio proveniva dalla piccola parrocchia di Santa Cecilia; non vi è neppure la paternità che si voleva, forse, non render nota. Infatti gli storici apprendono che Antonio era figlio del « quondam » Alessandro (già defunto) nientemeno che da un atto notarile del 1680, vale a dire di 13 anni successivo al matrimonio di Antonio.
C'è qualche altro particolare che può riuscire interessante - nel caso si volesse tentare un approccio di natura filologica - circa il numero considerevole di tipi di scrittura usati per il cognome Stradivari. Noteremo, nei due primi documenti stradivariani, come don Guasco chiami in due modi diversi il giovane o, meglio, scriva il cognome usando due vocali differenti. Nel documento del 25 giugno, infatti, il parroco scrisse « Stradivaro », in quello, invece, del 4 luglio (di pochi giorni successivo al precedente) scrisse « Stradivero.
Sul piano grafematico non esiste alcuna differenza anche perché, in questo caso, non si tratta tanto di una forma dialettale, quanto, invece, di una forma di italiano volgare in contrapposizione alla forma latina, largamente usata nel XVII secolo non soltanto negli ambienti curiali od ecclesiastici. I due documenti furono, cioè, scritti in volgare, come in volgare venivano « sempre » scritte le carte dotali, le parti più importanti dei testamenti, gli inventari e l'elenco delle « res et robbas ». Quando si è tentato di rappresentare graficamente la quantità vocalica (che nel dialetto cremonese, trasformandola in sillaba tonica, ha valore distintivo), si è dovuto necessariamente fare la distinzione fra la vocale breve e la vocale lunga con la ripetizione del grafema stesso senza raddoppiare l'accento .
Oggi « Stradivero » lo si scriverebbe, in dialetto cremonese, « Stradivèer ». In volgare dell'epoca il latino « Stradivarius » e l'italiano « Stradivario
farebbero « Stradivèer » e « Stradivaro » esattamente come ha scritto don Guasco: Stradivero e Stradivaro. Tutto ciò perché nel XVII secolo (e anche nel secolo successivo) si volgarizzavano i cognomi; così Francesca Ferraboschi diventava « Ferrabosca » o « Ferabosca ».
Se dunque la forma « Stradivaro » è la più corretta trasformazione del latino « Stradivarius », quella di « Stradivero » è la forma più corretta per scrivere in volgare tale cognome, che significa sempre e comunque « Stradivarius », come appare su tutte le etichette che il liutaio pose nelle casse dei suoi strumenti.
Nella mentalità dei ricercatori del secolo scorso, mentalità che si è tenacemente radicata anche in epoche più recenti, l'indagine genealogica turbava i sonni di chi si occupava della discendenza nobiliare. Ebbene, qualche cosa del genere è stato fatto anche per Antonio Stradivari, per il quale si è tentato di confermare addirittura la discendenza dalla nobile e decurionale famiglia degli Stradiverti, rintracciabili in buon numero nel XIII secolo circa . È anche stato inventato uno stemma araldico di nessuna attendibilità.
Abbiamo tentato - è sempre Elia Santoro che Scrive -una nostra ricerca negli archivi non soltanto della città ma anche della provincia, presso le varie parrocchie di campagna, per ricostruire una eventuale catena tra varie persone o famiglie dal cognome Stradiver o Stradivaro. Il risultato è che non vi può essere alcun legame tra le famiglie Stradiver o Stradivaro e le famiglie portanti il cognome di Stradiverti o Stradiverto, soprattutto perché coesistono, nelle stesse epoche, sia le une che le altre, portanti i differenti cognomi Stradiver e Stradiverti. In un elenco del 1556 a Cremona si trovano « Giovanni Battista Stradiver » e « Josef et Zabatista Stradiverti ». In un'altra lista del 1559 per il « prodotto de robbe raccolte in Longardore » ci sono « Giovanni Battista Stradiverto » e « Josepho Stradiver », anche « Josepho Stradiverto » e « Daniel Stradiver ».
Tutti costoro, portanti il cognome di « Stradiverto » o di « Stradiver », erano contadini che lavoravano piccole pezze di terra di proprietà o alle dipendenze di un massaro. Tali cognomi si ripetevano con una certa frequenza in un'area circoscritta - 20 o 25 chilometri dalla città - e appartenevano tutti al ceto contadino.
Da dove provenivano questi contadini? Forse non solanto dal cremonese. L'origine della famiglia Stradivari potrebbe portare addrittura in Toscana.
O a sensazione nel Mantovano. La famiglia Stradivari proveniva da qui? Potrebbe essere una sensazionale rivelazione, ma non ci sentiamo di suffragarla. Serviranno altri studi.
Certamente, Facendo la rilevazione degli Stradiver o Stradivari in campagna - informa ancora Elia Santoro - abbiamo constatato che l'emigrazione, verso la città avveniva quasi esclusivamente lungo l'antica strada per Mantova, ove si erano insediate, nel XVII secolo, le fazioni militari e si erano costruiti nuovi fortilizi a difesa delle zone del fiume Po. All'interno del baluardo di San Michele esiste tuttora l'antichissima chiesa di San Michele sorta attorno al Mille. In questa parrocchia abbiamo ritrovato, dal 1587 in avanti, gli stessi Stradivari o Stradiver ritrovati nei paesi di Sospiro, Longardore, Pieve d'Olmi, San Daniele Po, località che utilizzavano la primitiva strada mantovana per venire in città . E da tener inoltre presente che San Michele in quell'epoca aveva giurisdizione su un vasto territorio « extra moenia », ove sorgevano cascinali e case sparse. Attraverso alcuni matrimoni, iscritti nel libro di San Michele, abbiamo potuto documentare l'emigrazione dalle località dei dintorni e dai paesi del Contado. Nel 1587 troviamo registrata la nascita di « Giovanni Battista Stradivaro » figlio di Gaspare e di Brigida Maggi, che provenivano da Longardore; 11 21 febbraio 1593 nasce una « Lucrezia Stradivari » figlia di Gerolamo e di Lavinia Pedrazzano.
È un fatto abbastanza significativo che, dal 1593 in poi, non figurino, né tra i nati, né tra i morti, persone col cognome di « Stradivero », « Stradivaro » o « Stradiverto », ma unicamente col cognome « Stradivari », tradotto in volgare come « Stradiver » o « Stradivaro ».



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